
Nella Segreteria di Stato vaticana, in questi giorni, fa mostra di sé una Bibbia aperta sul primo libro della Sapienza, «i ragionamenti tortuosi allontanano da Dio; l’onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti». Sono tempi difficili, il pranzo tra l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo e Vittorio Feltri — il direttore del Giornale che l’aveva attaccato e costretto alle dimissioni —, ha rianimato voci di complotti, retroscena e accuse che nella ricostruzione dell’incontro fatta sul Foglio di Giuliano Ferrara sono arrivate a indicare un «mandante istituzionale» nella Santa Sede: con tanto di riferimenti al direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, che avrebbe «avvalorato» telefonando a Feltri il documento falso contro Boffo, e soprattutto al suo «diretto superiore», e cioè il Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Proprio ieri, con una dichiarazione all’Ansa, è stato lo stesso Feltri a dirsi «stupito e incredulo » per il «chiasso» che si è scatenato su fonte e mandanti del «dossier» falso recapitato al quotidiano. Il direttore del Giornale, che il 30 gennaio aveva parlato al Foglio di un informatore di cui «ci si doveva fidare direi istituzionalmente », ora dice che la notizia «mi è stata consegnata da una persona affidabile del mondo cattolico, della Chiesa». Quanto ai nomi che si sono scritti, Feltri smentisce: «Si sbizzarriscano pure, ma io non ho fatto né il nome di Bertone né di Vian: non li conosco nemmeno perché, grazie a Dio, sono ateo». E ancora: «In queste vicende c’è sempre un mandante, ma io so solo chi mi ha dato l’informazione, peraltro poi verificata dalla nostra redazione di Roma». Il direttore del Giornale dice quindi di sapere solo chi gli ha fornito il dossier. E che nel pranzo, in un ristorante a Milano («perché avremmo dovuto vederci in modo carbonaro?»), non se ne è parlato: «Nella conversazione, Boffo non mi ha chiesto quale fosse la mia fonte perché ovviamente la sapeva già e la conosceva molto meglio di me». Il pranzo, aggiunge Feltri, «è stato un incontro tra persone civili che avevano desiderio di conoscersi dopo tutto quello che è successo». Parole calibrate, attente da una parte a non creare problemi Oltretevere e dall’altra a non turbare l’equilibrio raggiunto con Boffo. Anche se il direttore del Giornale, che già aveva riconosciuto la falsità della «velina» che diffamava Boffo, insiste sul processo di cui aveva scritto il suo quotidiano: «È sorprendente tutta questa attenzione sulla fonte della notizia e non sulla notizia stessa. Non si dibatte sulle molestie che sono documentate nella sentenza del tribunale di Terni, ma si fanno ipotesi sull’informatore». In Vaticano, del resto, non si è voluto replicare alle accuse «false e inverosimili». In segreteria di Stato la linea è di andare avanti senza dare peso «ad illazioni da compatire». Il cardinale Bertone ha incontrato Benedetto XVI, «come d’abitudine », ed è «ovvio che il Papa sia al corrente di tutta la vicenda », fanno sapere Oltretevere. C’era chi aveva valutato la possibilità di presentare querela, ma non se ne è fatto niente: «Sono tutte invenzioni una sull’altra, come un castello di carte: aggiungi carta su carta e arriva il momento che cade da sé, non c’è neppure bisogno di soffiare». Eppure c’è disagio per l’«attacco alla Chiesa» e l’immagine che ne esce. I veleni ancora in circolo, il contrasto tra «ruiniani » e «bertoniani», mostrano come le divisioni nella stessa Chiesa non si siano sopite. E il disagio è comune, almeno ai livelli alti. Come in Vaticano, pure ai vertici della Cei si preferisce tenersi lontani da tutto questo. E la stessa preoccupazione si avverte anche nelle persone vicine all’ex direttore di Avvenire: «È spaventosa questa distorsione di immagine della Chiesa: esattamente quello che Boffo non vuole, che ha cercato di evitare con le sue dimissioni e con tutta la sua vita professionale».