
Antonio Di Pietro non ci sta ad essere accusato di aver complottato insieme a Bruno Contrada, dopo la pubblicazione di una foto che lo ritrae insieme all'ex funzionario del Sisde nove giorni prima che Contrada fosse arrestato nel 1992 per concorso esterno in associazione mafiosa. Il leader di Idv in un'intervista a RepubblicaTv spiega la sua versione dei fatti: "A quella tavola ci sono un colonnello, un generale, un questore e un altro colonnello, di qua ci sono altri rappresentanti dei carabinieri, chi l'ha organizzata non è un noto criminale ma il comandante dei carabinieri di allora". Di Pietro spiega anche come mai lui fosse seduto a quella tavola: "Quel giorno stavo a Roma, facendo attività istruttoria con quegli ufficiali e sottufficiali, con i quali facevo arresti, interrogatori, perquisizioni. Contrada era un questore, anche se sarà arrestato 9 giorni dopo. Le foto le hanno fatte gli stessi carabinieri. Il teorema che vogliono far passare è che fosse tutto un piano siccome il giorno prima avevamo mandato un avviso di garanzia a Craxi". "Eravamo dentro una caserma a mangiare in una mensa - insiste Di Pietro - non in un postribolo con delle escort, quelli sono servitori dello Stato, io non ho mai avuto niente a che fare con Contrada". Tutta l'attenzione dei media su questa vicenda ha uno scopo, quello di screditare le inchieste di Mani Pulite e ridare quindi l'immunità ai politici, dice Di Pietro. "La tesi accusatoria è che l'inchiesta di Mani Pulite non fu un'inchiesta giudiziaria ma fu un'operazione politica ideata e portata avanti da servizi segreti americani, per conto del capo dello stato americano, che hanno individuato in un personaggio che nessuno conosceva, un contadinotto, lo hanno reclutato in Germania mentre faceva il metalmeccanico, raccomandandolo lo hanno fatto laureare in legge e poi diventare magistrato, lì è riuscito a comprare o raggirare Borrelli e decine di collegi giudiziari per delegittimare la classe politica di allora che ce l'aveva con gli Usa, in particolare Craxi per il caso Sigonella". Tante però le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.