Paolo Villaggio è morto a Roma a 84 anni. Era ricoverato in una clinica da tempo ed era gravemente malato. Ad annunciare la sua scomparsa è stata la figlia Elisabetta su Facebook dove, su una foto del padre giovanissimo, scrive: “Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare”.

Nato a Genova nel 1932, ha portato sul grande e piccolo schermo i vizi e i difetti dell’uomo (e della donna) italiano con il suo sarcasmo tagliente e crudele, ma anche con una dose di comicità e autoironia difficile da ritrovare. Dopo aver abbandonato gli studi di giurisprudenza e avere svolto diversi lavoretti, fra cui l’intrattenitore sulle navi da crociera, viene assunto come impiegato in una industria nella quale organizza gli eventi aziendali. Ed è proprio questa la sua esperienza fortunata, che lo porta a costruire il personaggio che gli porterà la gloria e per cui verrà ricordato per sempre.

Ugo Fantozzi, ragioniere senza qualità, con una vita frustrante e senza carattere, ‘nasce’ pian piano nella mente di Villaggio, fino a diventare un libro nel 1971. Ma è nel 1975 con il primo film che il ‘travet’ oppresso dai suoi superiori arriva nelle case degli italiani e li conquista. E insieme a Fantozzi, nell’immaginario di tutti entrano anche la moglie Pina, triste e dimessa, la sgraziata è orribile figlia Mariangela (addirittura interpretata da un uomo), la riccioluta signorina Silvani, il ragionier Filini e il geometra Calboni. In tutto dieci film: dal primo Fantozzi, fino ad arrivare nel 1999 a Fantozzi 2000 – La clonazione. Quasi a pari passo con il ragioniere, cammina un altro personaggio: Fracchia, che con Fantozzi arriva addirittura a un certo punto a fondersi. Il “com’è umano lei” rimane, e rimarrà, una delle battute più celebri di Villaggio, che ancora oggi viene usata, entrata di diritto nel linguaggio comune degli italiani.

Il ragioniere Giandomenico Fracchia è la parte più timida e nevrotica di Fantozzi: vigliacco, sfortunato, goffo e servile. Ma Villaggio non è ‘solo’ capace di fare ridere. Come ogni comico che si rispetti ha dentro di sé anche la parte più oscura e nostalgica, a tratti drammatica. Nel 1992 esce Io speriamo che me la cavo, film diretto da Lina Wertmuller nel quale interpreta un maestro di una terza elementare della zona di Napoli. Ritratto del disagio economico del Sud che con delicatezza porta le storie dei bimbi della Campania su pellicola, commuovendo tutto il Paese. E non è l’unica prova come attore in film d’autore per Villaggio, che lavora anche con Federico Fellini, Ermanno Olmi e Mario Monicelli. Nel 1992 riceve il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma pochi mesi fa la figlia Elisabetta lancia una grave critica al mondo di cui per tutta la vita ha fatto parte il padre: “Non starà al meglio, certo. Ma il cinema italiano lo ha abbandonato invece mio padre c’è”, scriveva in un post su Facebook. Forse il cinema italiano lo ha abbandonato, ma gli italiani no di certo. Non per niente l’hashtag #PaoloVillaggio è diventato trending topic su Twitter a pochi secondi dalla notizia della sua morte.